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Castello Imperiali
 

EVENTI - CINEMA

 Assessorato alla Cultura

Teatro OLMI - Latiano

Invito al Cinema
edizione 2008/09

Spettacoli: ore 18,00 - 20,30

Biglietto € 3,00 - Tesseramento € 15,00

 

 

 
06/11/2008
Il Divo
Con Andreotti, Sorrentino realizza il suo "Caimano". Grottesco e debordante, ma con un Servillo da Palma in Concorso

Un film coraggioso, senza dubbio. Gia' nelle intenzioni: raccontare Giulio Andreotti, colonna portante della politica italiana per oltre 40 anni, delfino del grande statista De Gasperi, passato quasi indenne attraverso moti e terremoti e maxiprocessi passati e recenti. La biografia non autorizzata di Andreotti parte in accellerata con la frase sibillina della madre: "Se non si puo' parlare bene di una persona è meglio non parlarne". Siamo agli inizi degli anni '90 e Andreotti si appresta alla guida del suo settimo e ultimo governo. Al posto di lavorare di sottrazione, come fa Matteo Garrone in Gomorra, Paolo Sorrentino al suo quarto film, accumula troppe informazioni, scandite da aforismi per cui Andreotti è diventato famoso, anche per il pubblico più attento. Il delitto Moro, l'assassinio del giornalista Pecorelli, del generale Dalla Chiesa, Calvi, Ambrosoli, le "pessime frequentazioni" della loggia P2, Salvo Lima, Badalamenti, Riina sfilano davanti ai nostri occhi, sottolineati da una musica debordante. Tutto gira intorno al protagonista Toni Servillo, che ha fatto un lavoro mostruoso sul personaggio, dalla postura alla mimica e alla voce e che speriamo porti a casa un premio. Senza di lui Il Divo, scritto dal regista con la collaborazione di Giuseppe D'Avanzo, non esisterebbe. Il "Caimano" di Sorrentino è, per scelta, eccessivamente grottesco.

13/11/2008
Persepolis
Dall'Iran al femminile: la magistrale sinfonia animata di Marjane Satrapi. Premiata a Cannes e candidata all'Oscar


Nemo propheta in patria. Quando si è donna nell'Iran dei mullah. E Marjane Satrapi, che da bimba davvero aspirava alla divina "professione", nel 1994 a 25 anni sceglie l'esilio. A Parigi, senza hijab in testa ma con una matita in mano, schizza pensieri e ricordi in forma di fumetto. Nasce Persépolis, il primo graphic novel iraniano della storia. Ed è subito "cult" planetario, tanto che il cinema ne vuole dar testimonianza. In 3 anni di lavorazione con il collega francese Vincent Paronnaud dà vita al film omonimo, a cui Cannes riconosce il Premio della Giuria. L'eco del plauso contagia Hollywood, dove è tra i candidati all’Oscar come miglior film d'animazione. Di bandiera transalpina, perché la Francia ha prodotto e poi scelto "l'iraniano" Persépolis quale suo "profeta" all'Academy. I motivi si spiegano nei pregi mostrati in ciascuno dei 95' del film, illuminato da rara intelligenza creativa e narrativa. Strutturato a flashback, Persépolis si apre su Marjane, appena atterrata in Francia. Il volto dal disegno stilizzato e realistico - incredibilmente somigliante alla vera Satrapi - riflette la tristezza di chi si è lasciato alle spalle la sua terra, forse per sempre. Per questo il pensiero, che si fa immagine, vola al passato. Gioie ma soprattutto dolori e paure di un'infanzia e adolescenza trascorse sullo sfondo di un Paese alla deriva ierocratica, dalla dittatura dello Scià alla rivoluzione islamica sfociata nelle assurdità del fondamentalismo. L'autrice, che la famiglia intellettual-sinistroide ha mandato per alcuni anni a studiare in Austria, vive le passioni e contraddizioni della sua età (e del suo Paese) rappresentandole nel film con tocchi di sapiente ironia e leggerezza. Davanti a Persépolis, esente da autocompiacimenti e qualunquismi, si ride e ci si emoziona, si impara e si riflette. Una sinfonia animata in bianco e nero, espressione della vita di una donna simbolo di tutte le donne in lotta per rigenerare la propria dignità, ovunque. Da vedere e ricordare.

20/11/2008
Tutta la vita davanti
Tra musical e denuncia, realismo acre e toni leggeri, Virzì regala un altro spaccato dell’Italia di oggi


Narrato come una favola metropolitana da Laura Morante, Tutta la vita davanti combina realismo acre e cinico con toni leggeri e quasi 'luminosi'. Un film importante, sospeso tra musical e cinema di denuncia, tra storia di persone ordinarie e il racconto di scelte straordinarie, in cui commozione e divertimento vanno di pari passo. Merito del regista e dello sceneggiatore Francesco Bruni, che prendono spunto dalla realtà attuale e trasformano l'epopea urbana di una ragazza qualunque in uno specchio drammaticamente fedele, piacevolmente irriverente, dell'Italia di oggi. Una sorta di "elogio della razionalità e del buon senso" raccontato attraverso una trama intrigante, impreziosita dal talento di tutti i suoi protagonisti a partire dall'esordiente Isabella Ragonese, che porta sullo schermo rigore morale e voglia di leggerezza di una neolaureata in filosofia. In Tutta la vita davanti vengono distillate le nefandezze e le storture del nostro paese, opponendo ad esse una figura emblematica come quella di una giovane donna forte, capace di affrontare la vita con un certo piglio etico, senza ambire a diventare una santa: è questa la grande forza del film, che lo riconduce idealmente alle grandi commedie del passato come Una vita difficile.

27/11/2008
La ragazza del lago
Esordio con lode per Molaioli, che dirige un Servillo ancora straordinario. Ottimo cast per un giallo che lascia il segno


Clicca qui per le dichiarazioni del regista
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Sulla riva di un lago viene trovato il corpo senza vita di una giovane ragazza. Le indagini sono assegnate al commissario Sanzio, uomo del sud misteriosamente trapiantato nella provincia friulana. Poco a poco, gli abitanti della piccola comunità vengono ascoltati: chiunque, paradossalmente anche la stessa ragazza uccisa, potrebbe aver desiderato quella morte. Il debutto di Andrea Molaioli, presentato in concorso alla Settimana della Critica e vincitore del Premio Isvema, lascia il segno: l'ex aiuto regista di Moretti, Mazzacurati e Luchetti prende le mosse da Lo sguardo di uno sconosciuto, romanzo della norvegese Karin Fossum adattato per lo schermo da Sandro Petraglia, e si addentra nei segreti della piccola borghesia italiana, svelandone con ottimo senso cinematografico le ritrosie e i silenzi. Per farlo si serve di un Toni Servillo ancora una volta straordinario, grimaldello "spocchioso" e apparentemente cinico, commissario che attraverso la risoluzione del giallo sarà a sua volta spogliato di quell’alone di freddezza che ne nascondeva, dapprima, intimi e dolorosi riserbi familiari. Nessuna strizzata d’occhio a facili didascalismi, sonorità antitetiche del solito, bravissimo Teho Teardo, e personaggi "secondari" cui prestano il volto attori come Valeria Golino, Fabrizio Gifuni, Omero Antonutti, Marco Baliani e Anna Bonaiuto. Quest’ultima da incorniciare, come il sorriso che regala in chiusura di racconto.

04/12/2008
Caos calmo
Il Pietro Paladini raccontato da Veronesi vittima e carnefice di Nanni Moretti: prendere o lasciare, destinazione Berlino


Salvata una sconosciuta (Ferrari) dall'annegamento, Pietro Paladini (Moretti) torna alla casa al mare e trova la moglie morta. Incapace di manifestare quel dolore che tutti - parenti, conoscenti e colleghi - sembrano invece pretendere, Paladini si "ferma", pur muovendosi, rimanendo ogni giorno su una panchina nella piazzetta davanti la scuola della figlia, Claudia, bambina di dieci anni che, proprio come lui, soffre quell'inattesa assenza in maniera inspiegabilmente "composta". E' nell'inconsapevole e mai dichiarata volontà di "vegliare" su ciò che di vivo ancora gli rimane, in qualche modo colmando quell'inconscio senso di colpa che lo accompagna per non esser stato presente nel momento in cui la moglie avrebbe avuto bisogno di lui, che Pietro Paladini si rifugia, scansando qualsiasi altro pensiero che non sia quello di non far sentire sola la figlia: così il fratello modaiolo (un convincente Gassman), la cognata svalvolata ma sincera (Golino), i dirigenti e i colleghi del suo ufficio (tra cui Hippolyte Girardot e Silvio Orlando), invischiati nelle ansie e nelle preoccupazioni di un'imminente fusione, ma anche un'estranea familiare (Kasia Smutniak, che tutti i giorni porta il cane in quel parco) o un ragazzo down a cui Pietro regala ogni mattina un saluto esclusivo (facendo scattare la chiusura centralizzata dell'auto al suo passaggio), diventano protagonisti di una quotidianità nuova, dove i confortatori diventano i confortati, e l'impellenza del dolore trasformata - appunto - in caos calmo.
Difficilissimo portare sullo schermo il romanzo di Sandro Veronesi, ancora di più sperare che il grande pubblico accorra in sala a prescindere dalla tanto strombazzata scena hard tra Moretti e Isabella Ferrari - quattro minuti di sesso liberatorio (e narrativamente improvviso) che dovrebbe riconsegnare alla vita il protagonista -, Caos calmo esce in Italia a cinque giorni dalla presentazione ufficiale del Festival di Berlino, unico titolo a rappresentarci per la corsa all'Orso d'Oro. Liquido e in continua ricerca di uno stile (l'inizio al mare fa temere il peggio), il film di Antonello Grimaldi lascia più volte disorientati, colpendo al cuore ciclicamente e con mestiere (lo sfogo di Moretti in macchina, di notte, con Pyramid Song dei Radiohead a tutto volume ne è il primo esempio), ma rimanendo sospeso in quel limbo dell'indefinitezza di chi, scrupolosamente fedele alla sceneggiatura di Piccolo, Paolucci e lo stesso Moretti, sembra non riuscire a svincolarsi dal peso di un'interpretazione (quella del protagonista, ovviamente) che molti avranno trovato "insolita", ma che in realtà non si discosta di un millimetro dal Moretti - uomattore - più prevedibile: "Bisogna dirsi le cose", l'ultima battuta del film in una piazza Albina (all'Aventino, a Roma) sommersa dalla neve (sic!), come se la Milano raccontata nel libro possa portare con sé anche i connotati atmosferici; e allora si dica tranquillamente che Caos calmo non è cinema con la c maiuscola (anche se l’apparizione di Roman Polanski, potente imprenditore ebreo, e il conseguente dialogo “muto” in auto con Paladini è uno spiraglio di magnifica luce), ma convincerà non poche persone, con commozione.

11/12/2008
LO SCAFANDRO E LA FARFALLA - Trama Nel 1995, a soli 43 anni, l'ex-caporedattore di Elle France, Jean-Dominique Bauby, a seguito di un ictus rimane completamente paralizzato. L'unica parte del corpo che è in grado di muovere è la palpebra dell'occhio sinistro. Impossibilitato a comunicare in altro modo, Bauby, attraverso l'uso della palpebra, è riuscito a dettare lettera per lettera l'intero romanzo in cui ha raccontato il suo mondo interiore, una sorta di diario del suo viaggio nell'immobilità, pubblicato poco dopo la sua morte, avvenuta nel marzo del 1997.
 - PREMIO PER LA MIGLIOR REGIA AL 60MO FESTIVAL DI CANNES (2007).
- GOLDEN GLOBE 2008 PER MIGLIOR REGIA. 
- CANDIDATO ALL'OSCAR 2008 PER: MIGLIOR REGIA, SCENEGGIATURA NON ORIGINALE, FOTOGRAFIA E MONTAGGIO.
- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2008 COME MIGLIOR FILM DELL'UNIONE EUROPEA.
- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2008 COME MIGLIOR FILM EUROPEO.


Critica "Si pensa a 'Mare dentro' naturalmente, ma Schnabel segue una pista diversa da Amenabar e fa dell'avventura di Bauby un viaggio autoanalitico fra immaginazione e memoria. Con qualche caduta nel gusto facile o prevedibile, compensata dalla prova degli attori (in testa Bauby/Mathieu Amalric, con la sua vivacità e simpatia), dalla qualità del copione di Ronald Harwood, complice dell'ultimo Polanski. E dalle immagini con cui Schnabel racconta la solitudine di Bauby, il suo humour, la sua disperazione, i suoi rapporti con i medici e con le fisioterapiste (tutte belle e devote, naturalmente), con il padre (un gigionissimo Max Von Sydow), con i figli, con l'ex-moglie Emmanuelle Seigner, col prete che vuole mandarlo a Lourdes (Jean-Pierre Cassel alla sua ultima apparizione). Uscendone abbastanza bene, anche se con un soggetto simile il ricatto emotivo è sempre in agguato." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 23 maggio 2007)

"L'artista e cineasta Julian Schnabel ha tratto 'Le scaphandre et le papillon', un film che rientra tra i candidati alla Palma d'oro per la sua atroce forza emotiva e il suo richiamo a un'indomita speranza umanistica. (...) Schnabel, però, indeciso tra il commosso rispetto e le esigenze dello spettacolo, indulge a troppi preziosismi finto-sperimentali che penalizzano l'esilio interiore e le derive mentali dello sventurato protagonista." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 23 maggio 2007)

"Il soggetto sembra uscito da una vecchia rubrica di Selezione: 'Una persona che non dimenticherò mai'. Ma Schnabel riesce ad artigliarti nel profondo. Da 'Lo scafandro' gli spettatori, anche i normodotati, escono con le lacrime agli occhi. Perché l'occhio buono di Bauby è la spia dilaniata, ma spietata, di tutte le inadeguatezze, le ipocrisie dei normali nei confronti del malato." (Giorgio Carbone, 'Libero', 23 maggio 2007)

"La peculiarità del film di Schnabel è quella di viaggiare su un doppio binario: da una parte descrive con precisione documentaristica la condizione vissuta dal protagonista, dall'altra da voce alla sua dimensione interiore, determinato a sfuggire dallo 'scafandro' della paralisi, liberando le 'farfalle' della sua immaginazione e dei suoi sogni. Notevole la fotografia di Janusz Kaminsky, collaboratore più che decennale di Spielberg." (Giacomo Visco Comandini, 'Il Riformista', 23 maggio 2007)

"Mathieu Amalric, nella parte della ciglia danzante dà una delle sue più intense e atletiche interpretazioni, mentre l'artista e regista Julian Schnabel, ci mette tutta la sua perfida conoscenza degli ambienti intellettuali à la page per descriversi come un 'vincente' cieco di spirito, mai malato in vita sua, che si automaschera perché è l'unico gioco divertente da fare in certe situazioni. Facendo del punto di vista di Amalric, e del battito di ciglia, anche la metafora del cinema, non proprio profonda, come morte al lavoro della retina." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 23 maggio 2007)

"Julian Schnabel, il regista, è un newyorchese apprezzato nel mondo soprattutto per i suoi quadri. E' un artista a tutto tondo che ha esordito nel cinema con un film 'a tema', la biografia del pittore Jean Michel Basquiat; successivamente ha diretto 'Before Night Falls', in concorso a Venezia 2000. Il raffinatissimo gusto visivo sul quale ha costruito 'Lo scafandro e la farfalla' era, per così dire, scontato: per nulla scontato, invece, che Schnabel padroneggiasse così bene la materia narrativa e che azzeccasse tutti gli strumenti cinematografici per raccontarla: a cominciare dal battito di ciglia che diventa oltre che il modo di comunicare di Bauby, anche il battito ritmico del montaggio, la ragione di vita del film stesso." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 23 maggio 2007)

"Tra il presente di tortura fisica e psicologica nei rapporti con l'esterno, tra il ricordo del passato, tra i fantasmi della realtà, dell'immaginazione e della memoria, Schnabel firma un melò toccante che non disdegna l'ironia in un impianto stilistico che cerca la poeticità e i sentimenti. Un'opera che, come spesso accade quando si varca la soglia del trauma disperante, non si astrae dall'artificio, rappresentato dalle riprese in soggettiva che restituiscono il punto di vista e la sofferenza di Bauby. Sottolineare che una simile chiave di rappresentazione costituisca anche la parte più incisiva significa che 'Le Scaphandre et le Papillon' ha limiti evidenti che la suggestione e un buon cast tende a nascondere ma che non può cancellare." (Natalino Buzzone, 'Il Secolo XIX', 23 maggio 2007)

"Forse ci voleva proprio un regista 'occasionale' come Julian Schnabel (i suoi quadri sono più famosi dei suoi film) per affrontare un tema così ostico e anticinematografico: la degenza in ospedale di un ex caporedattore di Elle colpito da una paralisi che gli fa muovere solo la palpebra dell'occhio sinistro. Da questa storia vera poteva uscire la più melensa e ricattatoria delle operazioni, e invece 'Le Scaphandre et le papillon', non assomiglia a nessuno dei film ospedalieri fatti fino a oggi. (...) Affidato alla recitazione di Mathieu Amalric, che per metà film non si vede e per l'altra metà è immobile e deformato dalla paralisi, il film è quanto di più antispettacolare si possa immaginare, ma proprio per questo colpisce in maniera indelebile la fantasia (e l'emozione) dello spettatore." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 23 maggio 2007)

"Siamo in piena sindrome da scafandro, scientificamente nota come locked-in syndrome. (...) Il regista newyorchese Julian Schnabel ('Basquiat', 'Before Night Falls') porta sullo schermo la vera storia di Bauby da lui stesso scritta durante la lunga malattia ed uscita in libreria tre giorni dopo la sua morte, nel 1997. Scritto in realtà è termine improprio, piuttosto dettato usando una sorta di alfabeto morse attivato dall'unica palpebra ancora in grado di reagire. (...) Utilizzando bene le possibilità del mezzo registico, con generosi slanci di fantasia, dell'avventura umana tutta in prima persona del romanzo Schnabel restituisce il possibile, riuscendo a non far cadere mai tensione e ritmo. Siamo ovviamente dalle parti del 'Mio piede sinistro' e anche di 'Mar adentro', ma con uno sforzo visivo in più. A cui si aggiungono le mirabili interpretazioni di Mathieu Amalric come Bauby e di un grande Max Von Sidow nelle vesti di suo padre. In concorso al festival di Cannes nel 2007, Lo scafandro e la farfalla ha vinto con merito la Palma d'oro per la regia." (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 15 febbraio 2008)

"Schnabel è pittore prima ancora che regista (di 'Basquiat' e 'Prima che sia notte'). E il suo talento si spinge verso forme di rappresentazione sperimentali e inconsuete. Qui con grande tatto e poeticità ci fa vedere il mondo dalla parte di Bauby, senza pietismi, senza un briciolo di ricatto, né estetico né etico." (Dario Zonta, 'L'Unità', 15 febbraio 2008)

"Nominato all'Oscar per la regia, l'eccentrico pittore Julian Schnabel scommette su un soggetto poco cinematografico, la storia, ahimè vera, del mondano ex capo redattore di 'Elle' Jean-Dominique Bauby, colpito a 42 anni da un ictus che lo immobilizza. (...) Film di fenomenologia medica e pure spirituale, di guerra e pace nello spirito: l'autore fa un viaggio allucinante nella mente attiva di un uomo costretto a nuova vita fuori dal mondo, come era stato per 'E Johnny prese il fucile' di Trumbo, dove almeno c'era una causa, la guerra. Qui si gioca col destino e si soffre assai per la sensibilità del regista di Basquiat nel trattare in modo impressionista il calvario dell'immobilità vissuto da Mathieu Amalric, attore di Ioseliani ma anche prossimo cattivo di James Bond, con la misura delle grandi infelicità.." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 15 febbraio 2008)

"E' sorprendente la capacità di Julian Schnabel, artista prestato (felicemente) al cinema, di trarre dall'insidiosa materia un film coinvolgente e intenso: che ti mette ansia ma poi, in qualche modo, la sublima e ti rasserena." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 15 febbraio 2008)

"La vicenda struggente è molto ben raccontata nel film, il migliore che Julian Schnabel abbia sinora diretto dopo essere passato dalla pittura al cinema." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 15 febbraio 2008)

18/12/2008
Sicko
Vizi pubblici del sistema sanitario Usa per il predicatore-doc Michael Moore. Etico e cinico, ma rispettoso del dolore altrui


Le due facce di Michael Moore, il documentarista-predicatore più pericoloso d’America (per i poteri forti statunitensi, beninteso). Ideologico, cinico, un po' fazioso e manicheo, provocatorio fino al paradosso (l'episodio finale degli eroici volontari dell'11 settembre - malati e non tutelati economicamente nelle cure dalla loro nazione - accolti gratuitamente negli efficienti ospedali della "nemica" Cuba di Castro). Ma anche delicato, filosofo dell'etica, desideroso di scoprire la verità delle situazioni, soprattutto rispettoso del dolore altrui, capace di ascoltare e non solo di denunciare. Le due anime di Moore si alternano nel film-inchiesta Sicko (dall’inglese "sick", cioè "malato"), odissea grottesca e insieme dolente nel crudele sistema sanitario degli Stati Uniti. L’avanzata democrazia occidentale che si trova vergognosamente al 37esimo posto nella classifica della qualità dell’assistenza sanitaria dei suoi cittadini. Le testimonianze tragiche e insieme assurde che Moore ha raccolto focalizzano la disumanità delle società private di assicurazione sanitaria, che al momento di coprire le spese per interventi e terapie, trovano mille trucchi burocratici per negare i soldi agli assistiti, lasciandoli morire. Moore riflette sul fatto che il diritto alla sanità e la dignità dei pazienti non dovrebbero neanche essere in discussione, eppure la cronaca contraddice ogni postulato etico. Come in una struttura dantesca, dopo la discesa agli inferi della malasanità il viaggiatore Moore risale poi in altri territori che somigliano al paradiso, almeno in quel settore.

08/01/2009
Il papà di Giovanna
Pupi Avati torna nella Bologna fascista: in Concorso, e moderatamente riuscito, il delicato legame tra Silvio Orlando e "sua" figlia Alba Rohrwacher


Nella Bologna fascista del 1938, la diciassettenne Giovanna Casali (Alba Rohrwacher) uccide per gelosia la sua compagna di banco, nonché migliore amica, e viene rinchiusa nel manicomio psichiatrico di Reggio Emilia. Il padre dell'omicida (Silvio Orlando), professore nella stessa scuola e da sempre impegnato nel cercare di far uscire la figlia dal guscio di insicurezze che ne caratterizza aspetto e movenze, sarà l'unico a rimanerle vicino. Intanto, sullo sfondo, l'Italia si prepara al secondo conflitto mondiale.
Pupi Avati torna in Concorso alla Mostra di Venezia tre anni dopo La seconda notte di nozze, ancora una volta reimmergendo i protagonisti della vicenda in un contesto storico ben preciso (fine anni '30 - immediato dopoguerra), tornando nella Bologna della sua infanzia e centrando il racconto sulla figura di un padre talmente accecato dall'affetto per la figlia da non voler ammettere (mai, nemmeno di fronte all'evidenza) che la ragazza abbia seri disagi mentali e comportamentali. Ed è proprio questo il punto di forza di Il papà di Giovanna, secondo film italiano in corsa per il Leone d'Oro e dal 12 settembre in sala distribuito da Medusa: il legame tra questo perfetto uomo medio (completamente disinteressato alla situazione politica del paese, sposato con una donna che non lo ama, interpretata da Francesca Neri) e la figlia adolescente, reso perfettamente dall'equilibrio e dall'affiatamento dei due protagonisti, Silvio Orlando e Alba Rohrwacher, veramente convincenti.
Certo, la messa in scena è convenzionale, la caratterizzazione di qualche personaggio non è particolarmente riuscita (l'amico e vicino di casa Ezio Greggio, comunque misurato, non sembra ancora pronto a ruoli drammatici) e alcuni sviluppi del contorno possono far discutere: ci si accontenti allora di quanto detto sopra, magari sperando in una Coppa Volpi per uno dei due protagonisti.

15/01/2009

Un giorno perfetto
Dal libro di Melania Mazzucco al Concorso di Venezia, passando per il melò: ottimi Ferrari e Mastandrea per un Ferzan Ozpetek ritrovato

Dal romanzo di Melania Mazzucco al concorso della 65esima Mostra del Cinema di Venezia: è Un giorno perfetto di Ferzan Ozpetek, scritto con Sandro Petraglia, interpretato da Isabella Ferrari e Valerio Mastandrea. Sono i due attori a comporre il duello-duetto su cui è imperniato il film: Emma e Antonio, una coppia sposata e separata, a carico due figli e una feroce, disperata storia d’amore.
Il loro è un giorno perfetto per la tragedia, che avvertiamo insinuarsi nel lungo e (o)scuro piano sequenza che apre il film - con la casa dormiente prima della separazione - e registriamo subito dopo, con la polizia pronta a far irruzione nell’appartamento dove qualcuno ha sentito degli spari.
Non c’è suspense in quel giorno, piuttosto l’ineluttabilità della fine, per Emma, Antonio e un assortito gruppo di personaggi: i loro figli, l'onorevole Valerio Binasco, la sua compagna Nicole Grimaudo, suo figlio Federico Costantini, la madre di Emma, Stefania Sandrelli, la professoressa Monica Guerritore. Pedine senzienti di un mondo alla deriva, segnato da barriere, separato da censo e classi sociali, ma poi sconvolto e mischiato dal caos: sono 24 ore perfette, ovvero cartesiane e geometriche, ma a intersecarsi sono rette differenti, e ugualmente spezzate.
Rotte esistenziali che Ozpetek ha il difetto di asservire al destino della coppia protagonista, caricando di sensi e presagi anche i gesti più quotidiani (vedi gli "sguardi d’intesa" tra la Ferrari e la gelataia Serra Yilmaz), ovvero privilegiando il melò a scapito del dramma, con il rischio dell’effetto flou drammaturgico - sovraccaricato dall’enfatica e debordante musica di Andrea Guerra.
Un baratro che accompagna il film, ma non lo accoglie: a tenerlo sulla retta via, un cast lucido, due protagonisti ai massimi storici e, per l’Ozpetek migliore degli ultimi anni, una solida direzione d’attori. E quella imperfezione che, sola, può aprire le porte alla speranza.

22/01/2009

Cous cous
Famiglia, cibo e umanità: Abdellatif Kechiche antepone al cinema la vita. Leone d'Oro "ad honorem" a Venezia

La vita nel suo farsi. Semplice proposizione sulla carta, non sullo schermo. Ed è per questo obiettivo raggiunto con apparente semplicità che Cous cous (in originale La graine et le mulet) avrebbe forse meritato il Leone d'oro all'ultima Mostra di Venezia. Dopo Tutta colpa di Voltaire (esordio al Lido, Settimana della Critica, nel 2000) e La schivata, è l'opera terza del regista francese Abdellatif Kechiche, che si conferma magistrale direttore di attori non professionisti, sottratti alle loro rispettive vite per dare vita alla sceneggiatura. Sceneggiatura non di ferro, ma di metallo nobile: prove lunghissime - ha detto il regista, che nasce a teatro - prima del ciak, dopo il quale l'improvvisazione degli attori non ha (quasi) più margini di azione. Strano, quasi incredibile, tale è la vivezza delle discussioni, degli scambi, dei dialoghi che non abbandonano mai le inquadrature, spesso in primissimo piano, a sottrarre ai volti increspature, emozioni, tensioni. Razzismo, precariato, rapporti di genere, identità franco-araba: tutto presente, ma nell'effetto flou intorno ai personaggi, che parlano, mangiano, gioiscono e si arrabbiano. Girato a Sète, tra il Mediterraneo e lo stagno di Thau, La graine et le mulet ha proprio nel titolo gli ingredienti del cous-cous: i grani e il muggine, cibo d'elezione delle famiglie-Famiglia che ruotano intorno al protagonista Slimane (Habib Boufares, al pari della giovane Hafsia Herzi da Coppa Volpi), azzimato portuale che vorrebbe aprire un ristorante a conduzione familiare allargata, molto allargata. Sono queste dinamiche alimentari, letteralmente e figurativamente, a percorrere gli schermi di Kechiche: umani, troppo umani, fino a paventare il crudele accanirsi del destino su Slimane. Ma sono, comunque, quelle di Kechiche sorti cinematografiche magnifiche. E - auguriamo a lui e noi - progressive.

 

 

   

 

 
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