06/11/2008
Il Divo
Con Andreotti, Sorrentino realizza il suo
"Caimano". Grottesco e debordante,
ma con un Servillo da Palma in Concorso
Un film
coraggioso, senza dubbio. Gia' nelle
intenzioni: raccontare Giulio Andreotti,
colonna portante della politica italiana
per oltre 40 anni, delfino del grande
statista De Gasperi, passato quasi indenne
attraverso moti e terremoti e maxiprocessi
passati e recenti. La biografia non
autorizzata di Andreotti parte in
accellerata con la frase sibillina della
madre: "Se non si puo' parlare bene
di una persona è meglio non
parlarne". Siamo agli inizi degli
anni '90 e Andreotti si appresta alla
guida del suo settimo e ultimo governo. Al
posto di lavorare di sottrazione, come fa Matteo Garrone in Gomorra, Paolo Sorrentino al
suo quarto film, accumula troppe
informazioni, scandite da aforismi per cui
Andreotti è diventato famoso, anche per
il pubblico più attento. Il delitto Moro,
l'assassinio del giornalista Pecorelli,
del generale Dalla Chiesa, Calvi,
Ambrosoli, le "pessime
frequentazioni" della loggia P2,
Salvo Lima, Badalamenti, Riina sfilano
davanti ai nostri occhi, sottolineati da
una musica debordante. Tutto gira intorno
al protagonista Toni Servillo, che ha
fatto un lavoro mostruoso sul personaggio,
dalla postura alla mimica e alla voce e
che speriamo porti a casa un premio. Senza
di lui Il Divo, scritto
dal regista con la collaborazione di
Giuseppe D'Avanzo, non esisterebbe. Il
"Caimano" di Sorrentino è, per
scelta, eccessivamente grottesco.
13/11/2008
Persepolis
Dall'Iran al femminile: la magistrale
sinfonia animata di Marjane Satrapi.
Premiata a Cannes e candidata all'Oscar
Nemo propheta
in patria. Quando si è donna nell'Iran
dei mullah. E Marjane Satrapi, che
da bimba davvero aspirava alla divina
"professione", nel 1994 a 25
anni sceglie l'esilio. A Parigi, senza
hijab in testa ma con una matita in mano,
schizza pensieri e ricordi in forma di
fumetto. Nasce Persépolis, il primo
graphic novel iraniano della storia. Ed è
subito "cult" planetario, tanto
che il cinema ne vuole dar testimonianza.
In 3 anni di lavorazione con il collega
francese Vincent Paronnaud dà vita al
film omonimo, a cui Cannes riconosce il
Premio della Giuria. L'eco del plauso
contagia Hollywood, dove è tra i
candidati all’Oscar come miglior film
d'animazione. Di bandiera transalpina,
perché la Francia ha prodotto e poi
scelto "l'iraniano" Persépolis
quale suo "profeta" all'Academy.
I motivi si spiegano nei pregi mostrati in
ciascuno dei 95' del film, illuminato da
rara intelligenza creativa e narrativa.
Strutturato a flashback, Persépolis si
apre su Marjane, appena atterrata in
Francia. Il volto dal disegno stilizzato e
realistico - incredibilmente somigliante
alla vera Satrapi - riflette la tristezza
di chi si è lasciato alle spalle la sua
terra, forse per sempre. Per questo il
pensiero, che si fa immagine, vola al
passato. Gioie ma soprattutto dolori e
paure di un'infanzia e adolescenza
trascorse sullo sfondo di un Paese alla
deriva ierocratica, dalla dittatura dello
Scià alla rivoluzione islamica sfociata
nelle assurdità del fondamentalismo.
L'autrice, che la famiglia
intellettual-sinistroide ha mandato per
alcuni anni a studiare in Austria, vive le
passioni e contraddizioni della sua età
(e del suo Paese) rappresentandole nel
film con tocchi di sapiente ironia e
leggerezza. Davanti a Persépolis, esente
da autocompiacimenti e qualunquismi, si
ride e ci si emoziona, si impara e si
riflette. Una sinfonia animata in bianco e
nero, espressione della vita di una donna
simbolo di tutte le donne in lotta per
rigenerare la propria dignità, ovunque.
Da vedere e ricordare.
20/11/2008
Tutta la vita davanti
Tra musical e denuncia, realismo acre e
toni leggeri, Virzì regala un altro
spaccato dell’Italia di oggi
Narrato come
una favola metropolitana da Laura Morante, Tutta la vita davanti
combina realismo acre e cinico con toni
leggeri e quasi 'luminosi'. Un film
importante, sospeso tra musical e cinema
di denuncia, tra storia di persone
ordinarie e il racconto di scelte
straordinarie, in cui commozione e
divertimento vanno di pari passo. Merito
del regista e dello sceneggiatore Francesco Bruni, che
prendono spunto dalla realtà attuale e
trasformano l'epopea urbana di una ragazza
qualunque in uno specchio drammaticamente
fedele, piacevolmente irriverente,
dell'Italia di oggi. Una sorta di
"elogio della razionalità e del buon
senso" raccontato attraverso una
trama intrigante, impreziosita dal talento
di tutti i suoi protagonisti a partire
dall'esordiente Isabella Ragonese, che
porta sullo schermo rigore morale e voglia
di leggerezza di una neolaureata in
filosofia. In Tutta la vita davanti
vengono distillate le nefandezze e le
storture del nostro paese, opponendo ad
esse una figura emblematica come quella di
una giovane donna forte, capace di
affrontare la vita con un certo piglio
etico, senza ambire a diventare una santa:
è questa la grande forza del film, che lo
riconduce idealmente alle grandi commedie
del passato come Una vita difficile.
27/11/2008
La ragazza del lago
Esordio con lode per Molaioli, che dirige
un Servillo ancora straordinario. Ottimo
cast per un giallo che lascia il segno
Clicca
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regista
Clicca
qui per le dichiarazioni di
Servillo
Sulla riva di un lago viene trovato il
corpo senza vita di una giovane ragazza.
Le indagini sono assegnate al commissario
Sanzio, uomo del sud misteriosamente
trapiantato nella provincia friulana. Poco
a poco, gli abitanti della piccola comunità
vengono ascoltati: chiunque,
paradossalmente anche la stessa ragazza
uccisa, potrebbe aver desiderato quella
morte. Il debutto di Andrea Molaioli,
presentato in concorso alla Settimana
della Critica e vincitore del Premio
Isvema, lascia il segno: l'ex aiuto
regista di Moretti, Mazzacurati e Luchetti prende le
mosse da Lo sguardo di uno sconosciuto,
romanzo della norvegese Karin Fossum adattato
per lo schermo da Sandro Petraglia, e si
addentra nei segreti della piccola
borghesia italiana, svelandone con ottimo
senso cinematografico le ritrosie e i
silenzi. Per farlo si serve di un Toni
Servillo ancora una volta straordinario,
grimaldello "spocchioso" e
apparentemente cinico, commissario che
attraverso la risoluzione del giallo sarà
a sua volta spogliato di quell’alone di
freddezza che ne nascondeva, dapprima,
intimi e dolorosi riserbi familiari.
Nessuna strizzata d’occhio a facili
didascalismi, sonorità antitetiche del
solito, bravissimo Teho Teardo, e
personaggi "secondari" cui
prestano il volto attori come Valeria Golino, Fabrizio Gifuni, Omero Antonutti, Marco Baliani e Anna Bonaiuto.
Quest’ultima da incorniciare, come il
sorriso che regala in chiusura di
racconto.
04/12/2008
Caos calmo
Il Pietro Paladini raccontato da Veronesi
vittima e carnefice di Nanni Moretti:
prendere o lasciare, destinazione Berlino
Salvata una sconosciuta
(Ferrari)
dall'annegamento, Pietro Paladini (Moretti) torna alla
casa al mare e trova la moglie morta.
Incapace di manifestare quel dolore che
tutti - parenti, conoscenti e colleghi -
sembrano invece pretendere, Paladini si
"ferma", pur muovendosi,
rimanendo ogni giorno su una panchina
nella piazzetta davanti la scuola della
figlia, Claudia, bambina di dieci anni
che, proprio come lui, soffre
quell'inattesa assenza in maniera
inspiegabilmente "composta". E'
nell'inconsapevole e mai dichiarata volontà
di "vegliare" su ciò che di
vivo ancora gli rimane, in qualche modo
colmando quell'inconscio senso di colpa
che lo accompagna per non esser stato
presente nel momento in cui la moglie
avrebbe avuto bisogno di lui, che Pietro
Paladini si rifugia, scansando qualsiasi
altro pensiero che non sia quello di non
far sentire sola la figlia: così il
fratello modaiolo (un convincente Gassman), la cognata
svalvolata ma sincera (Golino), i dirigenti e
i colleghi del suo ufficio (tra cui Hippolyte Girardot e Silvio Orlando),
invischiati nelle ansie e nelle
preoccupazioni di un'imminente fusione, ma
anche un'estranea familiare (Kasia Smutniak, che
tutti i giorni porta il cane in quel
parco) o un ragazzo down a cui Pietro
regala ogni mattina un saluto esclusivo
(facendo scattare la chiusura
centralizzata dell'auto al suo passaggio),
diventano protagonisti di una quotidianità
nuova, dove i confortatori diventano i
confortati, e l'impellenza del dolore
trasformata - appunto - in caos calmo.
Difficilissimo portare sullo schermo il
romanzo di Sandro Veronesi,
ancora di più sperare che il grande
pubblico accorra in sala a prescindere
dalla tanto strombazzata scena hard tra
Moretti e Isabella Ferrari - quattro
minuti di sesso liberatorio (e
narrativamente improvviso) che dovrebbe
riconsegnare alla vita il protagonista -, Caos calmo esce in
Italia a cinque giorni dalla presentazione
ufficiale del Festival di Berlino, unico
titolo a rappresentarci per la corsa
all'Orso d'Oro. Liquido e in continua
ricerca di uno stile (l'inizio al mare fa
temere il peggio), il film di Antonello
Grimaldi lascia più volte disorientati,
colpendo al cuore ciclicamente e con
mestiere (lo sfogo di Moretti in macchina,
di notte, con Pyramid Song dei
Radiohead a tutto volume ne è il primo
esempio), ma rimanendo sospeso in quel
limbo dell'indefinitezza di chi,
scrupolosamente fedele alla sceneggiatura
di Piccolo, Paolucci e lo stesso Moretti,
sembra non riuscire a svincolarsi dal peso
di un'interpretazione (quella del
protagonista, ovviamente) che molti
avranno trovato "insolita", ma
che in realtà non si discosta di un
millimetro dal Moretti - uomattore - più
prevedibile: "Bisogna dirsi le
cose", l'ultima battuta del film in
una piazza Albina (all'Aventino, a Roma)
sommersa dalla neve (sic!), come se la
Milano raccontata nel libro possa portare
con sé anche i connotati atmosferici; e
allora si dica tranquillamente che Caos
calmo non è cinema con la c maiuscola
(anche se l’apparizione di Roman
Polanski, potente imprenditore ebreo, e il
conseguente dialogo “muto” in auto con
Paladini è uno spiraglio di magnifica
luce), ma convincerà non poche persone,
con commozione.
11/12/2008
LO
SCAFANDRO E LA FARFALLA
-
Trama Nel 1995, a soli 43 anni,
l'ex-caporedattore di Elle France,
Jean-Dominique Bauby, a seguito di un ictus
rimane completamente paralizzato. L'unica
parte del corpo che è in grado di muovere
è la palpebra dell'occhio sinistro.
Impossibilitato a comunicare in altro modo,
Bauby, attraverso l'uso della palpebra, è
riuscito a dettare lettera per lettera
l'intero romanzo in cui ha raccontato il suo
mondo interiore, una sorta di diario del suo
viaggio nell'immobilità, pubblicato poco
dopo la sua morte, avvenuta nel marzo del
1997.
- PREMIO PER
LA MIGLIOR REGIA AL 60MO FESTIVAL DI CANNES
(2007).
- GOLDEN GLOBE 2008 PER MIGLIOR REGIA.
- CANDIDATO ALL'OSCAR 2008 PER: MIGLIOR
REGIA, SCENEGGIATURA NON ORIGINALE,
FOTOGRAFIA E MONTAGGIO.
- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2008 COME
MIGLIOR FILM DELL'UNIONE EUROPEA.
- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2008 COME
MIGLIOR FILM EUROPEO.
Critica
"Si pensa a 'Mare dentro' naturalmente,
ma Schnabel segue una pista diversa da
Amenabar e fa dell'avventura di Bauby un
viaggio autoanalitico fra immaginazione e
memoria. Con qualche caduta nel gusto facile
o prevedibile, compensata dalla prova degli
attori (in testa Bauby/Mathieu Amalric, con
la sua vivacità e simpatia), dalla qualità
del copione di Ronald Harwood, complice
dell'ultimo Polanski. E dalle immagini con
cui Schnabel racconta la solitudine di Bauby,
il suo humour, la sua disperazione, i suoi
rapporti con i medici e con le
fisioterapiste (tutte belle e devote,
naturalmente), con il padre (un gigionissimo
Max Von Sydow), con i figli, con l'ex-moglie
Emmanuelle Seigner, col prete che vuole
mandarlo a Lourdes (Jean-Pierre Cassel alla
sua ultima apparizione). Uscendone
abbastanza bene, anche se con un soggetto
simile il ricatto emotivo è sempre in
agguato." (Fabio Ferzetti, 'Il
Messaggero', 23 maggio 2007)
"L'artista e cineasta Julian Schnabel
ha tratto 'Le scaphandre et le papillon', un
film che rientra tra i candidati alla Palma
d'oro per la sua atroce forza emotiva e il
suo richiamo a un'indomita speranza
umanistica. (...) Schnabel, però, indeciso
tra il commosso rispetto e le esigenze dello
spettacolo, indulge a troppi preziosismi
finto-sperimentali che penalizzano l'esilio
interiore e le derive mentali dello
sventurato protagonista." (Valerio
Caprara, 'Il Mattino', 23 maggio 2007)
"Il soggetto sembra uscito da una
vecchia rubrica di Selezione: 'Una persona
che non dimenticherò mai'. Ma Schnabel
riesce ad artigliarti nel profondo. Da 'Lo
scafandro' gli spettatori, anche i
normodotati, escono con le lacrime agli
occhi. Perché l'occhio buono di Bauby è la
spia dilaniata, ma spietata, di tutte le
inadeguatezze, le ipocrisie dei normali nei
confronti del malato." (Giorgio
Carbone, 'Libero', 23 maggio 2007)
"La peculiarità del film di Schnabel
è quella di viaggiare su un doppio binario:
da una parte descrive con precisione
documentaristica la condizione vissuta dal
protagonista, dall'altra da voce alla sua
dimensione interiore, determinato a sfuggire
dallo 'scafandro' della paralisi, liberando
le 'farfalle' della sua immaginazione e dei
suoi sogni. Notevole la fotografia di Janusz
Kaminsky, collaboratore più che decennale
di Spielberg." (Giacomo Visco Comandini,
'Il Riformista', 23 maggio 2007)
"Mathieu Amalric, nella parte della
ciglia danzante dà una delle sue più
intense e atletiche interpretazioni, mentre
l'artista e regista Julian Schnabel, ci
mette tutta la sua perfida conoscenza degli
ambienti intellettuali à la page per
descriversi come un 'vincente' cieco di
spirito, mai malato in vita sua, che si
automaschera perché è l'unico gioco
divertente da fare in certe situazioni.
Facendo del punto di vista di Amalric, e del
battito di ciglia, anche la metafora del
cinema, non proprio profonda, come morte al
lavoro della retina." (Roberto
Silvestri, 'Il Manifesto', 23 maggio 2007)
"Julian Schnabel, il regista, è un
newyorchese apprezzato nel mondo soprattutto
per i suoi quadri. E' un artista a tutto
tondo che ha esordito nel cinema con un film
'a tema', la biografia del pittore Jean
Michel Basquiat; successivamente ha diretto
'Before Night Falls', in concorso a Venezia
2000. Il raffinatissimo gusto visivo sul
quale ha costruito 'Lo scafandro e la
farfalla' era, per così dire, scontato: per
nulla scontato, invece, che Schnabel
padroneggiasse così bene la materia
narrativa e che azzeccasse tutti gli
strumenti cinematografici per raccontarla: a
cominciare dal battito di ciglia che diventa
oltre che il modo di comunicare di Bauby,
anche il battito ritmico del montaggio, la
ragione di vita del film stesso."
(Alberto Crespi, 'L'Unità', 23 maggio 2007)
"Tra il presente di tortura fisica e
psicologica nei rapporti con l'esterno, tra
il ricordo del passato, tra i fantasmi della
realtà, dell'immaginazione e della memoria,
Schnabel firma un melò toccante che non
disdegna l'ironia in un impianto stilistico
che cerca la poeticità e i sentimenti.
Un'opera che, come spesso accade quando si
varca la soglia del trauma disperante, non
si astrae dall'artificio, rappresentato
dalle riprese in soggettiva che
restituiscono il punto di vista e la
sofferenza di Bauby. Sottolineare che una
simile chiave di rappresentazione
costituisca anche la parte più incisiva
significa che 'Le Scaphandre et le Papillon'
ha limiti evidenti che la suggestione e un
buon cast tende a nascondere ma che non può
cancellare." (Natalino Buzzone, 'Il
Secolo XIX', 23 maggio 2007)
"Forse ci voleva proprio un regista
'occasionale' come Julian Schnabel (i suoi
quadri sono più famosi dei suoi film) per
affrontare un tema così ostico e
anticinematografico: la degenza in ospedale
di un ex caporedattore di Elle colpito da
una paralisi che gli fa muovere solo la
palpebra dell'occhio sinistro. Da questa
storia vera poteva uscire la più melensa e
ricattatoria delle operazioni, e invece 'Le
Scaphandre et le papillon', non assomiglia a
nessuno dei film ospedalieri fatti fino a
oggi. (...) Affidato alla recitazione di
Mathieu Amalric, che per metà film non si
vede e per l'altra metà è immobile e
deformato dalla paralisi, il film è quanto
di più antispettacolare si possa
immaginare, ma proprio per questo colpisce
in maniera indelebile la fantasia (e
l'emozione) dello spettatore." (Paolo
Mereghetti, 'Corriere della Sera', 23 maggio
2007)
"Siamo in piena sindrome da scafandro,
scientificamente nota come locked-in
syndrome. (...) Il regista newyorchese
Julian Schnabel ('Basquiat', 'Before Night
Falls') porta sullo schermo la vera storia
di Bauby da lui stesso scritta durante la
lunga malattia ed uscita in libreria tre
giorni dopo la sua morte, nel 1997. Scritto
in realtà è termine improprio, piuttosto
dettato usando una sorta di alfabeto morse
attivato dall'unica palpebra ancora in grado
di reagire. (...) Utilizzando bene le
possibilità del mezzo registico, con
generosi slanci di fantasia, dell'avventura
umana tutta in prima persona del romanzo
Schnabel restituisce il possibile, riuscendo
a non far cadere mai tensione e ritmo. Siamo
ovviamente dalle parti del 'Mio piede
sinistro' e anche di 'Mar adentro', ma con
uno sforzo visivo in più. A cui si
aggiungono le mirabili interpretazioni di
Mathieu Amalric come Bauby e di un grande
Max Von Sidow nelle vesti di suo padre. In
concorso al festival di Cannes nel 2007, Lo
scafandro e la farfalla ha vinto con merito
la Palma d'oro per la regia." (Roberta
Ronconi, 'Liberazione', 15 febbraio 2008)
"Schnabel è pittore prima ancora che
regista (di 'Basquiat' e 'Prima che sia
notte'). E il suo talento si spinge verso
forme di rappresentazione sperimentali e
inconsuete. Qui con grande tatto e poeticità
ci fa vedere il mondo dalla parte di Bauby,
senza pietismi, senza un briciolo di
ricatto, né estetico né etico."
(Dario Zonta, 'L'Unità', 15 febbraio 2008)
"Nominato all'Oscar per la regia,
l'eccentrico pittore Julian Schnabel
scommette su un soggetto poco
cinematografico, la storia, ahimè vera, del
mondano ex capo redattore di 'Elle'
Jean-Dominique Bauby, colpito a 42 anni da
un ictus che lo immobilizza. (...) Film di
fenomenologia medica e pure spirituale, di
guerra e pace nello spirito: l'autore fa un
viaggio allucinante nella mente attiva di un
uomo costretto a nuova vita fuori dal mondo,
come era stato per 'E Johnny prese il
fucile' di Trumbo, dove almeno c'era una
causa, la guerra. Qui si gioca col destino e
si soffre assai per la sensibilità del
regista di Basquiat nel trattare in modo
impressionista il calvario dell'immobilità
vissuto da Mathieu Amalric, attore di
Ioseliani ma anche prossimo cattivo di James
Bond, con la misura delle grandi infelicità.."
(Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 15
febbraio 2008)
"E' sorprendente la capacità di Julian
Schnabel, artista prestato (felicemente) al
cinema, di trarre dall'insidiosa materia un
film coinvolgente e intenso: che ti mette
ansia ma poi, in qualche modo, la sublima e
ti rasserena." (Roberto Nepoti, 'la
Repubblica', 15 febbraio 2008)
"La vicenda struggente è molto ben
raccontata nel film, il migliore che Julian
Schnabel abbia sinora diretto dopo essere
passato dalla pittura al cinema."
(Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 15 febbraio
2008)
18/12/2008
Sicko
Vizi pubblici del sistema sanitario Usa
per il predicatore-doc Michael Moore. Etico
e cinico, ma rispettoso del dolore altrui
Le due facce
di Michael Moore, il
documentarista-predicatore più pericoloso
d’America (per i poteri forti
statunitensi, beninteso). Ideologico,
cinico, un po' fazioso e manicheo,
provocatorio fino al paradosso (l'episodio
finale degli eroici volontari dell'11
settembre - malati e non tutelati
economicamente nelle cure dalla loro
nazione - accolti gratuitamente negli
efficienti ospedali della
"nemica" Cuba di Castro). Ma
anche delicato, filosofo dell'etica,
desideroso di scoprire la verità delle
situazioni, soprattutto rispettoso del
dolore altrui, capace di ascoltare e non
solo di denunciare. Le due anime di Moore
si alternano nel film-inchiesta Sicko
(dall’inglese "sick", cioè
"malato"), odissea grottesca e
insieme dolente nel crudele sistema
sanitario degli Stati Uniti. L’avanzata
democrazia occidentale che si trova
vergognosamente al 37esimo posto nella
classifica della qualità
dell’assistenza sanitaria dei suoi
cittadini. Le testimonianze tragiche e
insieme assurde che Moore ha raccolto
focalizzano la disumanità delle società
private di assicurazione sanitaria, che al
momento di coprire le spese per interventi
e terapie, trovano mille trucchi
burocratici per negare i soldi agli
assistiti, lasciandoli morire. Moore
riflette sul fatto che il diritto alla
sanità e la dignità dei pazienti non
dovrebbero neanche essere in discussione,
eppure la cronaca contraddice ogni
postulato etico. Come in una struttura
dantesca, dopo la discesa agli inferi
della malasanità il viaggiatore Moore
risale poi in altri territori che
somigliano al paradiso, almeno in quel
settore.
08/01/2009
Il
papà di Giovanna
Pupi Avati torna nella Bologna fascista:
in Concorso, e moderatamente
riuscito, il delicato legame tra Silvio
Orlando e "sua" figlia Alba
Rohrwacher
Nella Bologna
fascista del 1938, la diciassettenne
Giovanna Casali (Alba Rohrwacher)
uccide per gelosia la sua compagna di
banco, nonché migliore amica, e viene
rinchiusa nel manicomio psichiatrico di
Reggio Emilia. Il padre dell'omicida (Silvio Orlando),
professore nella stessa scuola e da sempre
impegnato nel cercare di far uscire la
figlia dal guscio di insicurezze che ne
caratterizza aspetto e movenze, sarà
l'unico a rimanerle vicino. Intanto, sullo
sfondo, l'Italia si prepara al secondo
conflitto mondiale.
Pupi Avati torna in
Concorso alla Mostra di Venezia tre anni
dopo La seconda notte di nozze,
ancora una volta reimmergendo i
protagonisti della vicenda in un contesto
storico ben preciso (fine anni '30 -
immediato dopoguerra), tornando nella
Bologna della sua infanzia e centrando il
racconto sulla figura di un padre
talmente accecato dall'affetto per la
figlia da non voler ammettere (mai,
nemmeno di fronte all'evidenza) che la
ragazza abbia seri disagi
mentali e comportamentali. Ed è proprio
questo il punto di forza di Il papà di Giovanna,
secondo film italiano in corsa per il
Leone d'Oro e dal 12 settembre in sala
distribuito da Medusa: il legame tra
questo perfetto uomo medio (completamente
disinteressato alla situazione politica
del paese, sposato con una donna che non
lo ama, interpretata da Francesca Neri) e la
figlia adolescente, reso perfettamente
dall'equilibrio e dall'affiatamento dei
due protagonisti, Silvio Orlando e Alba
Rohrwacher, veramente convincenti.
Certo, la messa in scena è convenzionale,
la caratterizzazione di qualche
personaggio non è particolarmente
riuscita (l'amico e vicino di casa Ezio Greggio, comunque
misurato, non sembra ancora pronto a ruoli
drammatici) e alcuni sviluppi del
contorno possono far discutere: ci si
accontenti allora di quanto detto sopra,
magari sperando in una Coppa Volpi per uno
dei due protagonisti.
15/01/2009
Un giorno perfetto
Dal libro di Melania Mazzucco al Concorso
di Venezia, passando per il melò: ottimi
Ferrari e Mastandrea per un Ferzan Ozpetek
ritrovato
Dal romanzo
di Melania Mazzucco al
concorso della 65esima Mostra del Cinema
di Venezia: è Un giorno perfetto
di Ferzan Ozpetek,
scritto con Sandro Petraglia,
interpretato da Isabella Ferrari e Valerio Mastandrea.
Sono i due attori a comporre il
duello-duetto su cui è imperniato il
film: Emma e Antonio, una coppia sposata
e separata, a carico due figli e una
feroce, disperata storia d’amore.
Il loro è un giorno perfetto per la
tragedia, che avvertiamo insinuarsi nel
lungo e (o)scuro piano sequenza che apre
il film - con la casa dormiente prima
della separazione - e registriamo subito
dopo, con la polizia pronta a far
irruzione nell’appartamento dove
qualcuno ha sentito degli spari.
Non c’è suspense in quel giorno,
piuttosto l’ineluttabilità della
fine, per Emma, Antonio e un assortito
gruppo di personaggi: i loro figli,
l'onorevole Valerio Binasco, la
sua compagna Nicole Grimaudo, suo
figlio Federico Costantini,
la madre di Emma, Stefania Sandrelli,
la professoressa Monica Guerritore.
Pedine senzienti di un mondo alla
deriva, segnato da barriere, separato da
censo e classi sociali, ma poi sconvolto
e mischiato dal caos: sono 24 ore
perfette, ovvero cartesiane e
geometriche, ma a intersecarsi sono
rette differenti, e ugualmente spezzate.
Rotte esistenziali che Ozpetek ha il
difetto di asservire al destino della
coppia protagonista, caricando di sensi
e presagi anche i gesti più quotidiani
(vedi gli "sguardi d’intesa"
tra la Ferrari e la gelataia Serra Yilmaz),
ovvero privilegiando il melò a scapito
del dramma, con il rischio
dell’effetto flou drammaturgico -
sovraccaricato dall’enfatica e
debordante musica di Andrea Guerra.
Un baratro che accompagna il film, ma
non lo accoglie: a tenerlo sulla retta
via, un cast lucido, due protagonisti ai
massimi storici e, per l’Ozpetek
migliore degli ultimi anni, una solida
direzione d’attori. E quella
imperfezione che, sola, può aprire le
porte alla speranza.
22/01/2009
Cous cous
Famiglia, cibo e umanità: Abdellatif
Kechiche antepone al cinema la vita. Leone
d'Oro "ad honorem" a Venezia
La vita nel
suo farsi. Semplice proposizione sulla
carta, non sullo schermo. Ed è per questo
obiettivo raggiunto con apparente
semplicità che Cous cous (in
originale La graine et le mulet)
avrebbe forse meritato il Leone d'oro
all'ultima Mostra di Venezia. Dopo Tutta colpa di Voltaire
(esordio al Lido, Settimana della Critica,
nel 2000) e La schivata, è
l'opera terza del regista francese Abdellatif Kechiche,
che si conferma magistrale direttore di
attori non professionisti, sottratti alle
loro rispettive vite per dare vita alla
sceneggiatura. Sceneggiatura non di ferro,
ma di metallo nobile: prove lunghissime -
ha detto il regista, che nasce a teatro -
prima del ciak, dopo il quale
l'improvvisazione degli attori non ha
(quasi) più margini di azione. Strano,
quasi incredibile, tale è la vivezza
delle discussioni, degli scambi, dei
dialoghi che non abbandonano mai le
inquadrature, spesso in primissimo piano,
a sottrarre ai volti increspature,
emozioni, tensioni. Razzismo, precariato,
rapporti di genere, identità
franco-araba: tutto presente, ma
nell'effetto flou intorno ai personaggi,
che parlano, mangiano, gioiscono e si
arrabbiano. Girato a Sète, tra il
Mediterraneo e lo stagno di Thau, La
graine et le mulet ha proprio
nel titolo gli ingredienti del cous-cous:
i grani e il muggine, cibo d'elezione
delle famiglie-Famiglia che ruotano
intorno al protagonista Slimane (Habib Boufares, al
pari della giovane Hafsia Herzi da Coppa
Volpi), azzimato portuale che vorrebbe
aprire un ristorante a conduzione
familiare allargata, molto allargata. Sono
queste dinamiche alimentari, letteralmente
e figurativamente, a percorrere gli
schermi di Kechiche: umani, troppo umani,
fino a paventare il crudele accanirsi del
destino su Slimane. Ma sono, comunque,
quelle di Kechiche sorti cinematografiche
magnifiche. E - auguriamo a lui e noi -
progressive.
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